STIME SECONDO
IL METODO DI ARGELANDER
La stima
della magnitudine di una variabile con il metodo di
Argelander si basa, come per gli altri metodi (metodo
frazionario, metodo di Pogson) sul confronto della variabile
con due stelle di magnitudine nota, delle quali una deve
essere più luminosa della variabile e l’altra più debole.
La
condizione ideale è che le stelle di confronto e la
variabile siano visibili nello stesso campo, in modo da non
dover spostare lo strumento o, nel caso di osservazione ad
occhio nudo, non dover girare la testa: questo perché
renderebbe necessario “memorizzare” la luminosità di una
stella prima di passare all’ altra, introducendo un
ulteriore fattore di incertezza nella stima. Se le stelle si
trovano nello stesso campo è invece facile effettuare un
confronto diretto. Queste considerazioni sono in genere
valide qualunque sia il metodo di stima usato.
Per quanto
riguarda la scelta delle stelle di confronto (anche in
questo caso la regola si può considerare generalizzabile a
qualunque metodo di osservazione), è preferibile che la
magnitudine delle stelle di confronto non sia troppo
maggiore o troppo minore rispetto a quella, presunta, della
variabile. Questo perché, come vedremo, il metodo perde di
affidabilità su differenze estreme di magnitudine (oltre i 5
“gradini” di differenza).
Il metodo
consiste essenzialmente in una stima della differenza di
luminosità tra le due coppie: stella più luminosa-variabile
(che indicheremo con A-V) e variabile-stella meno luminosa
(che possiamo indicare con V-B). La differenza di luminosità
dovrà essere espressa sotto forma di “gradini”, come segue:
-
0
GRADINI
: Quando le due
stelle appaiono uguali anche dopo una osservazione
prolungata
-
1 GRADINO
:
Quando le due stelle al primo colpo d'occhio sembrano
uguali e solo dopo un certo tempo ci si accorge che una
è più luminosa dell'altra.
-
2 GRADINI
:
Quando le due stelle sembrano uguali al primo colpo
d'occhio ma subito dopo si nota un differenza di
luminosita'.
-
3 GRADINI
:
Quando gia' al primo colpo d'occhio si nota una certa
differenza.
-
4 GRADINI
:
Quando al primo colpo d'occhio la differenza e' ben
evidente.
-
5 GRADINI
:
Quando si ha un'evidente sproporzione di luminosita' fra
le stelle in esame
Con un
po’ di pratica è possibile stimare anche il mezzo gradino.
La gradazione della differenza di luminosità è
inevitabilmente legata in parte a fattori soggettivi;
l’ampiezza di ciascun gradino può essere infatti abbastanza
diversa da un osservatore ad un altro, per le diversa
sensibilità dell’ occhio ma anche per il diverso grado di
allenamento ed è altrettanto evidente che una differenza di
5 gradini introduce una maggiore incertezza sulla reale
differenza di luminosità (è praticamente impossibile, e
comunque inutile, definire gradini superiori al 5). E’ per
questo motivo che in genere si raccomanda di scegliere
stelle di confronto che non differiscano troppo dalla
variabile come luminosità: in linea di massima i valori
ideali sono inferiori ad una magnitudine, almeno per gli
osservatori alle prime armi.
Una volta
ricavata la stima, che potremo esprimere con la notazione
classica A(x)V(y)B (dove A e B sono le magnitudini delle
stelle di confronto, x e y sono, rispettivamente, i gradini
di differenza tra la stella A e la variabile e tra la stella
B e la variabile) si può passare alla fase di calcolo della
magnitudine. Questa notazione evidenzia il fatto che la
variabile si trova, come magnitudine, compresa tra quella
delle due stelle di riferimento.
La
magnitudine della variabile si potrà ricavare applicando
una semplice formula:
V = A + (
x/x+y) * (B-A)
Questo
passaggio può essere ovviamente saltato se una delle due
differenze di luminosità e zero (cioè se la variabile appare
uguale ad una delle due stelle di confronto, con una
differenza quindi di zero gradini).
Il metodo
di Argelander si presta bene ad una successiva elaborazione
dei dati, che prevede la personalizzazione della sequenza di
confronto ( che per brevità non tratterò in questa sede),
che consiste in un adattamento delle magnitudini delle
stelle di riferimento, così come sono riportate sulle
cartine, a ciò che è stato effettivamente osservato: in
questo modo si toglie un certo grado di incertezza legato a
fattori soggettivi e alla differente risposta dell’ occhio
alle diverse lunghezze d’onda.
E’ possibile inoltre
ricavare una curva di luce, approssimata, anche se non si
conosce la magnitudine delle stelle di confronto (cosa ad
esempio impossibile se si usa il metodo di Pogson, che
prevede la valutazione di una differenza in frazioni di
magnitudine), attribuendo alle singole stelle di confronto,
supposte non variabili, valori pari al numero medio di
gradini osservati fra le stesse e calcolando tramite questi
una “pseudomagnitudine” da attribuire a ciascuna stella
della sequenza per eseguire poi i calcoli con la formula
vista sopra.
Personalizzazione della sequenza di confronto:
La “personalizzazione”
della sequenza di confronto consiste nell’ aggiustare le
magnitudini delle stelle di confronto a ciò che
l'osservatore ha effettivamente osservato. Lo scopo di
questa operazione è quello di rendere più omogenee le stime
di osservatori diversi, di ovviare ad errori nella cartina
stessa e di correggere alcuni errori sistematici.
Questo tipo di procedura è applicabile solo a stime
effettuate con il metodo di Argelander e richiede
l’esecuzione di stime con almeno 3 stelle di confronto
(meglio se più di tre).
Il metodo, che in pratica consiste nella determinazione di
una curva (retta) di calibrazione, si basa su due ipotesi:
Che la risposta dell’ occhio dell’osservatore alle diverse
magnitudini sia lineare.
Che gli errori nelle stime siano distribuiti normalmente e
che le stime siano tra loro indipendenti.
La prima cosa da fare è calcolare lo scarto medio, in
gradini, fra ciascuna coppia di stelle di confronto (in
pratica il numero medio di gradini che si è osservato fra le
stelle di ciascuna coppia):
S = S (x+y) / n
Dove (x+y) è la somma dei gradini osservati per ciascuna
stima con una data coppia di stelle e n il numero delle
stime effettuate con quella coppia di stelle di confronto.
Per fare un esempio consideriamo questa serie di stime:
A (3) V (2) B
A (5) V (1) B
A (5) V (1,5) B
A (4) V (2) B
A (3) V (2,5) B
A (2) V (4) B
Lo scarto medio per la coppia AB sarà:
SAB = (5 + 6 + 6,5 + 6 + 5,5 + 6) / 6
Per le stime effettuate con la coppia BC:
B (2) V (2) C
B (4) V (1) C
B (3) V (1,5) C
B (3) V (2) C
B (4) V (0,5) C
B (5) V (0,5) C
Lo scarto medio sarà:
SBC = (4 + 5 + 4,5 + 5 + 4,5 + 5,5) / 6
Ammettiamo ora di avere le seguenti stelle di confronto e di
avere calcolato, per una serie di stime i corrispondenti
scarti medi, come indicato sotto:
A = 6,5
B = 7,0
C = 7,4
D = 8,3
E = 8,6
SAB = 6,30
SBC = 4,30
SCD = 6,51
SDE = 4,80
Costruiamo ora un grafico riportando in ordinata le
magnitudini e in ascissa il numero dei gradini osservati ,
in questo modo:
Stelle
Magnitudine
Gradini
A
6,5
0
B
7,0
0+6,3 = 6,3
C
7,4
0+6,3+4,3 =10,6
D
8,3
0+6,3+4,3+6,51 = 17,11
E
8,6
0+6,3+4,3+6,51+4,8 = 21,91
Se le magnitudini indicate sulla cartina fossero quelle che
l'osservatore ha realmente misurato, il grafico dovrebbe
essere quello di una retta. Siccome questo in pratica non
accade, è necessario calcolare la migliore retta
interpolante i punti stessi, mediante il metodo dei "minimi
quadrati".
L'equazione generica di una retta può essere scritta così:
y = a + ux
Nel nostro caso (a) sarà la magnitudine della stella di
confronto più luminosa, (u) il valore medio del gradino (per
quel dato osservatore e per quel particolare campo
stellare).
I valori di a e u possono essere calcolati così:
a = [ (Sy) (Sx2) - (Sx) (Sxy) ] / [ N Sx2 - (Sx)2 ]
u = [ N Sxy - (Sx) (Sy) ] / [ N Sx2 - (Sx)2 ]
Dove:
Sx è la sommatoria dei gradini (nell'esempio 0 + 6,3 + 10,6
+ 17,11 + 21,91 = 55,92)
Sx2 è la somma dei quadrati dei gradini (nell'esempio
considerato 0 + 39,69 + 112,36 + 292,7521 + 480,0481 =
942,8502)
Sxy è la somma dei prodotti della magnitudine delle singole
stelle di confronto per i rispettivi gradini (nell' esempio
6,5 x 0 + 7,0 x 6,30 + 7,4 x 10,60 + 8,3 x 17,11 + 8,6 x
21,91 = 452,979)
Sy è la somma delle magnitudini delle stelle di confronto.
N è il numero delle stelle di confronto
Applicando le formule viste sopra potremo scrivere
l'equazione della retta interpolante che, nel nostro caso,
sarà :
y = 6,43 + 0,101 x
A questo punto, sostituendo ad x i valori dei gradini delle
altre stelle di confronto (nell’esempio 6,30; 10,60; 17,11;
21,91) si otterranno i corrispondenti valori di y, cioè
delle magnitudini corrette delle stelle di confronto B, C,
D, E.
Con questi valori si potrà poi calcolare la magnitudine
della variabile con la nota formula per il metodo di
Argelander.
Simone Santini